Primo Maggio: coraggio e memoria
1 Maggio 1947: ricostruzione storica di una Sicilia piegata nel suo onirismo
Il primo maggio si celebra la festa dei lavoratori. Questa data, in Sicilia, ha un sapore amaro e doloroso. Il primo maggio del 1947, presso la piana di Portella della Ginestra in provincia di Palermo, si è consumata una delle stragi più sanguinose della storia d’Italia. I lavoratori e i contadini riuniti in quel luogo per festeggiare, furono investiti da una pioggia di proiettili che uccise 12 civili inermi. Molti, fra i cadaveri e i feriti, risultarono essere donne e bambini. Una carneficina di innocenti. Oltre al brivido del dolore, una sommaria ricostruzione attribuì la responsabilità dell’eccidio alla banda di Salvatore Giuliano. A questo fatto, tuttavia, mancano memoria e verità. Manca la memoria di una Sicilia piegata nel suo onirismo, manca la verità di una ricostruzione storica condivisa e viva nelle istituzioni e nella società.
Il 1947 è un anno cruciale per l’Italia. Il viaggio compiuto a Febbraio dal presidente del consiglio De Gasperi negli Stati Uniti, garantisce al nostro Paese importanti fondi per la ricostruzione post-bellica. Ma il prezzo da pagare è elevato: in nome della guerra fredda e della stabilità occidentale, le sinistre non devono più sedere al governo. Di li a poco, De Gasperi formerà il suo quarto gabinetto, il primo dopo la fine della guerra senza l’appoggio di Socialisti e Comunisti. Ma il dramma di una Sicilia piegata dalla fame e dai soprusi di mafie e latifondismo riserva un risultato in controtendenza. Le elezioni regionali del 20 Aprile 1947 premiano le sinistre, ridimensionando il potere del fronte autonomista, mafioso e monarchico. Per evitare la sempre più probabile ascesa dei “comunisti”, la democrazia cristiana sceglie di dialogare con le destre. Qui si apre un capitolo di connivenze, rapporti ambigui, zone grigie, che culminano con la strage di Portella della Ginestra, un vero e proprio attacco compiuto dalla banda di Salvatore Giuliano contro le forze progressiste dell’isola. Pochi giorni dopo l’eccidio, numerose furono le sezioni del Pci date alle fiamme. Seguirono altre morti. La violenza operata dal bandito, noto per le sue posizioni indipendentiste e parossisticamente filoamericane, era ideologica, nonostante il ministro degli interni democristiano Scelba, in un intervento che destò scalpore, volle derubricare l’attentato a fatto di “nessuna rilevanza politica”. Come mai Salvatore Giuliano, ufficialmente pericolo pubblico numero uno, riuscisse a sfuggire costantemente all’arresto pur intrattenendo stretti rapporti con i più importanti mezzi di informazione dell’epoca (il settimanale “l’Europeo” dedicò al latitante un ampio reportage, con un’intervista corredata da decine di foto) resta un mistero.
Nel 1948 la democrazia cristiana ottiene una schiacciante vittoria elettorale anche in Sicilia. Ora i banditi non hanno più alcuna utilità politica. Il loro potere e i fatti di cui sono a conoscenza li rendono pericolosi e ingombranti. Cessano le protezioni istituzionali. Salvatore Giuliano viene ucciso, in circostante misteriose, il 5 luglio del 1950. Il suo più stretto collaboratore, Gaspare Pisciotta, viene arrestato. Muore in carcere, avvelenato da un caffè alla stricnina, qualche giorno dopo aver affermato pubblicamente di voler rivelare le connivenze fra la banda Giuliano, il ceto politico e le istituzioni militari, in chiave anticomunista. Questa storia oscura, purtroppo la prima di una serie di misteri che ancora pesano sulla nostra democrazia, ha subito l’oblio della memoria. Soprattutto in Sicilia, dove ancora, a distanza di oltre 60 anni, riescono a prosperare fazioni politiche legate all’ideologia fittizia dell’autonomismo. Dove ancora, nelle sezioni dei “rossi” vengono fatti esplodere ordigni densi di odio e ingiustificata violenza. In tal senso, non posso che esprimere la mia più sentita solidarietà ai ragazzi dei comunisti italiani, che in un contesto ostile come quello di Acireale cercano di far valere i principi della giustizia e della trasparenza. Io sarò sempre dalla loro parte. E, per quello che vale, mi sento di augurargli un primo maggio pieno di coraggio e memoria. Buon lavoro.



