I poeti maledetti
Sono loro, i figli spudorati della Musa, gli spennacchiati albatri che, più simili ad avvoltoi, prediligono circuire delle caravelle più terrestri, adescandole con il sordido mellifluo verso, attirandole e allo stesso tempo ammonendole maliziosamente: «Se hai paura non seguirmi. Noi poeti siamo aquile che volano alto: io posso portarti lassù dove non sei stata mai, ma devi accettare il rischio che possa lasciarti cadere. Vuoi rischiare con me questa avventura?».
Li vedi agire nei soliti posti: la notte immersi nella vivace movida catanese, bivaccando su divani, sproloquiando, bevendo e fumando contemporaneamente; di giorno nella corte e nei corridoi dei Benedettini, sproloquiando non meno, con l’aria falsamente distratta e lo sguardo che sembra indagare l’anima ma che, più spesso, si ferma un po’ più in superficie. Il loro travestimento è prevedibile e facile da individuare, c’è il poeta dalla barbetta incolta e gli abiti trasandati, che fa tanto artista esistenzialista, oppure l’intellettuale occhialuto alla Woody Allen («occhiali riposanti, darling»), sciarpetta multicolore, giacca di feltro/velluto e immancabili scarpe sportive. Oppure il tipo effeminato dalle camicie e dai foulard sgargianti, con (eventuale) annessa coppola sulla pelata, fino al burbero tenebroso, quello che a domanda risponde con motti incomprensibili spacciati per verità profonde (e cosi tristemente considerati) o, nei casi meno gravi, con un’altra domanda.
I loro discorsi vanno dalla teoria dei massimi sistemi alla porchiacca, dall’iperuranio al lupanare, impreziositi sovente da una profana imitazione dello stilnovo o da un dannunzianesimo pressoché vanziniano. Raramente costoro declamano in pubblico i loro misteriosi e arcani versi; più spesso si vedono pattugliare il monastero o sorvegliare l’ingresso mentre, adescando con parole ipocrite e suadenti un povero malcapitato, gli ficcano a forza nelle mani un foglietto A3, mal piegato, contenente (quando va bene) quattro o cinque poesie e l’autografo del sedicente poeta:
Poeta: «Scusa, SCUSA amico…»
Malcapitato: (guardando perplesso il foglio con lo scarabocchio) «Mi spiace, sono un po’ di fretta…»
Poeta: (sorridendo) «Fermati un attimo… si vede che sei un appassionato di poesia!»
Malcapitato: «Ma veramente…»
P: (serio, con grande enfasi) «Sai bene quanto siano difficili i tempi per chi ha talento ma – ahimé (tremito nella voce) – pochi soldi per farlo valere…»
M: (facendo per allontanarsi) «Beh, sì, è una cosa già sentita, purtroppo…»
P: (risoluto) «Non ti va di contribuire alla pubblicazione di un mio volume di poesie? Sai, diversi miei componimenti hanno visto la luce in raccolte, è un progetto che avrà anche il sostegno del Dipartimento di Filologia… (sorriso nella massima estensione)»
A questo punto il malcapitato inizia ad esaminare il contenuto dell’opuscolo. I titoli delle poesie sono imbarazzanti e – forse il poveretto non ci capisce molto di poesia moderna – incomprensibili, perfino insensati. Sembrano componimenti scritti da un bambino di tre anni, anche l’ortografia lascia a desiderare («sarà un ermetico», pensa dubbioso): quando si capisce il tema della poesia, il tema è la gnocca. Dopo trenta secondi alza gli occhi dal foglietto.
M: …
P: «Pensa, è un ciclo di componimenti che si ispirano al ciclo di Aspasia… c’è anche il mio autografo (indicando lo scarabocchio), hai visto?»
M: «Aspasia, eh già… bella iniziativa la tua, ma mi spiace (imbarazzato), ho solo pochi spiccioli, con il resto devo comprare il biglietto dell’autobus …»
P: «Ma come?!? (contrariato) Che peccato, che peccato… (sospiro)»
M: «Comunque leggerò senz’altro le tue poesie… magari ci incontriamo di nuovo…»
P: (afferrando l’opuscolo) «Eh mi dispiace, ma non ti posso lasciare l’opuscolo… vedi, ne ho pochi, e poi è firmato: capisci? È una pubblicazione speciale, unica (sorriso forzato).»
M: (mentendo) «Certo, certo, mi rendo conto, è una pubblicazione speciale… (attimo di silenzio) Beh, ora devo proprio andare, buona fortuna, ti restituisco le poesie… ciao.»
P: (senza rispondere al saluto, con la testa girata verso una ragazza che si avvicina) «Ehi, bella fanciulla, una ragazza bella come te non può non amare la poesia!»
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