Oggi la Cecenia è un gigantesco cumulo di macerie, ancora scossa da combattimenti e resa insicura dalle incursioni delle forze russe e locali, oltre che dominata da estrema povertà e pessime condizioni igienico-sanitarie.

La
prima guerra cecena (1994-1996)
La guerra in Cecenia si apre su un contesto di secolare
rivalità tra le popolazioni della Russia e del Caucaso,
già sfociata nei precedenti secoli in innumerevoli e
sanguinosi conflitti, dipendenti da tensioni etniche e soprattutto
dalle forti mire espansionistiche russe verso i territori meridionali
della regione.
Dopo una nuova tregua durante il regime sovietico, lo spettro della
guerra si riaffaccia nel 1991, in seguito al crollo dell'URSS: il 28
ottobre, in seguito ad un referendum, il presidente ceceno Dudayev
proclama l'indipendenza della Cecenia; la decisione suscita una
violenta reazione da parte della "nuova Russia" di Boris Eltsin che,
dopo tre anni di forte isolamento politico ed economico, dà
il via all'invasione militare della provincia ribelle: è il
dicembre del 1994.
Dopo due anni di scontri e 140.000 morti (di cui oltre 100.000 civili)
la guerriglia comandata da Aslan Maskhadov scatena una violenta
controffensiva ed infligge pesanti perdite alle truppe federali: alla
fine di agosto 1996 vengono firmati gli accordi di pace a Khasaviurt.
Segue un periodo di transizione, in cui il governo russo accetta
(apparentemente) di riconoscere la Cecenia come repubblica
indipendente.

La
seconda guerra (1999)
Come nel 1994, tutto inizia con oscure manovre di destabilizzazione ed
addirittura di finanziamento nei confronti delle fazioni più
estremiste del debole governo ceceno.
La situazione adatta giunge nell'agosto 1999, quando uomini di Khattab
e Basayev invadono il Daghestan.
E' l'inizio di una nuova tragedia: nel settembre dello stesso anno,
diversi palazzi residenziali della capitale russa saltano in aria,
uccidendo più di 300 civili.
Le truppe regolari entrano in Cecenia, dando origine ad una spirale di
violenza e massacri di civili: nel giro di diversi mesi cadono tutte le
principali città ma parallelamente cambia la tattica dei
ribelli, che trasformano il conflitto in una situazione di guerriglia
permanente: sacche
di resistenza permangono infatti nei maggiori centri
urbani.

La
situazione attuale, tra guerra e terrore
Attualmente, decine di soldati russi vengono uccisi ogni mese dagli
indipendentisti, meglio armati ed equpaggiati, anche se di numero
inferiore rispetto ai militari.
Di fronte agli attacchi pressochè quotidiani, le
autorità di Mosca e del nuovo governo ceceno filorusso
tentano di nascondere la realtà dei fatti affermando
continuamente che "le ostilità sono praticamente concluse" e
che nella provincia è in atto un "processo di
normalizzazione".
Un'altra grave questione è che, sulla scia degli attentati
dell'11 settembre 2001, la Russia stia cercando di convincere
l'opinione pubblica mondiale che in Cecenia "non si sta più
combattendo una guerra, quanto piuttosto un'operazione antiterrorismo".
Sin dall'inizio del conflitto numerosissime organizzazioni umanitarie
hanno denunciato la violenza delle truppe russe contro la popolazione,
accusata di offrire sostegno ai ribelli: sono stati descritti
innumerevoli episodi di rastrellamenti, massacri, esecuzioni sommarie,
torture, sparizioni (che avvengono tuttora con una media di 80 al
mese), rapine e sequestri a scopo di estorsione; si calcola che il
numero delle vittime civili, dal 1999 ad oggi, sia compreso tra 80.000 e
100.000, mentre i profughi
rifugiatisi nei precari campi di accoglienza delle regioni vicine
sarebbero oltre 400.000.

Nessuno
spiraglio diplomatico
Gli estremisti sembrano accettare il dialogo con la Russia solo a
parole, mentre sul campo gli attacchi continuano; d'altra parte
l'atteggiamento del Cremlino rifiuta categoricamente qualsiasi
negoziato con la guerriglia, inclusa quella "moderata", rappresentata
da Maskhadov e dal suo segretario Akhmed Zakayev.
Neppure i Paesi occidentali sembrano avere la capacità (o la
volontà) di trovare una soluzione a questa tragedia che dura
ormai da nove anni.
Si ha la sensazione che, senza un adeguato intervento politico
internazionale, questa situazione sia destinata a permanere per un
tempo estremamente lungo.
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