La lunga marcia non è finita. Almeno non lo è affatto per i guerriglieri maoisti del Nepal in lotta dal 1996 contro la monarchia costituzionale del re Gyanendra (creduto l’incarnazione del dio Vishnu), che hanno ripreso le ostilità dopo 7 mesi di fragile tregua.
Più di mille e trecento i morti in soli pochi mesi dalla rottura del cessate il fuoco (27 agosto), contro le 8000 vittime in tutto l’arco del conflitto.
Scontri a fuoco, rapimenti, attentati e estorsioni sono il pane quotidiano di 22 milioni di nepalesi, uno dei popoli più poveri del mondo.

Politiche
liberticide
Gyandendra, salito al trono dopo la misteriosa strage della famiglia
reale nel 2001, non ammorbidisce la sterzata autoritaria con cui ha
sospeso le attività del parlamento e sciolto il governo
(ottobre 2002). Misure liberticide per estrarre con la forza necessaria
la spina “rossa” nel fianco del Paese. Ma Prachanda,
il leader moaista, e i suoi seguaci continuano, per nulla intimiditi, a
combattere il sistema feudale nepalese, forti anche di un certo
sostegno nelle zone rurali.
Due mondi lontani nel tempo, anacronistici per l’occidente,
ma sul piede di guerra in un conflitto che riunisce al capezzale del
paese le grandi potenze.
Come gli Stati
Uniti che hanno messo al
bando i ribelli maoisti, congelato i beni del partito comunista in
America e hanno preso a fornire assistenza e aiuti militari per 20
milioni di dollari all’esercito nepalese.
Seguono India
e Gran
Bretagna: la prima impegnata
a debellare la minaccia maoista dei ribelli dello stato del Bihar,
cugini dei rivoltosi nepalesi; la seconda legata all’ex
colonia da rapporti economici, storici e militari.
Più ambigua la posizione della Cina, anche se imbarazzata
dagli emuli del leader del “grande balzo”, non vede
di buon occhio la presenza di “osservatori” Usa nel
Nepal , stato cuscinetto tra i due giganti d’Asia.

Trattative
di pace?
Sul tavolo delle trattative non resta che l’inaccettabile
richiesta – per il monarca e il suo establishment- di
un’assemblea costituente che decida un nuovo assetto
costituzionale per il tribolato paese himalayano.
Poche le prospettive di pace, quando gli stessi partiti
d’opposizione sono imbavagliati da entrambe le fazioni in
lotta: numerosi attivisti per la democrazia sono caduti sotto il fuoco
maoista, altrettanti languono nelle segrete delle prigione del Regno
Nepalese. A dare l’ultima spallata a un Paese
sull’orlo del precipizio economico e politico è
stato indetto uno sciopero generale, l’arma politica dei
ribelli per sgretolare le poche risorse legate all’industria
del turismo. Secondo stime della Banca
Mondiale
se il Nepal non uscirà dalla crisi finirà presto
in bancarotta.

Nepal
oggi
Allo stato attuale delle cose la strategia maoista si concentra su
operazioni a tenaglia per minare dalle fondamenta la monarchia del
Nepal: imboscate e attentati dinamitardi congiunti, guerriglia a
partire dalle campagne per accerchiare le città e tenendo le
mirino infrastrutture e simboli americani nel Paese. Il tutto
accompagnato dai metodi spicci e brutali della propaganda comunista
forzata: numerosi studenti vengono costretti allo studio del libretto
rosso e reclutati tre le file della guerriglia,che oggi conta circa
5000 uomini. Ma neppure l’esercito reale del Nepal ha la mano
leggera. Anzi ben armata dalle grandi potenze ha raso al suolo la
roccaforte ribelle di Accham e colpito duramente quelle di Rolpa.
L’ Onu resta alla finestra in attesa di potersi fare
mediatore di una pace che però nessuno sembra volere.
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