Gli sembrava di essere in quella nave da mesi. Il mare piaceva a Gianferdinando, ma visto da una bella - e soprattutto immobile - scogliera. Il lento beccheggio dell'imbarcazione gli dava fastidio già dall'alba, subito dopo la partenza per quella "bella" crociera che aveva deciso di regalare a sua moglie.
O, più realisticamente, quella stramaledetta crociera per cui sua moglie insistiva da mesi, "come tutte le mie amiche", diceva.
Già dall'alba quel suegiù lo tormentava, ed ora non gli permetteva di prendere sonno, complice il materasso decisamente troppo morbido per i suoi reumatismi dorsali.
Tutto ciò rendeva Gianferdinando piuttosto nervoso, e il nervosismo lo rendeva vorace. Si alzò, si vestì più o meno elegantemente (per evitare litigi con la moglie - pensava, osservando al tempo stesso che a tal fine ogni cura si dimostrava fatica sprecata - nell'improbabile caso in cui lei si fosse svegliata) e si recò presso "La Cambusa", il ristorante di bordo che oggi aveva proposto menù italiano. Al bancone del bar c'erano due uomini che sorseggiavano whiskey, mentre i tavoli erano tutti sparecchiati e la cucina chiusa. Senza farsi troppi problemi, chiese al barista se si potesse avere qualcosa di sostanzioso da mangiare. Erano le due del mattino.
Il barista scosse la testa precisando con professionalità "le cucine sono chiuse, signore", ma il tono del "capisco" che si sentì rivolgere in risposta all'ovvia considerazione lo mosse a complicità - o forse solo compassione - e soggiunse, chinandosi a prendere una scatola di cartone per alimenti da take-away: "ma aspetti... questa pasta era la mia cena. Io questa roba non la digerisco, ma se la gradisce..." - "Grazie" rispose Gianferdinando, sorridendo. Prese delle posate di plastica e torno' alla cabina, senza preoccuparsi troppo di non far rumore. Accese l'abat-jour e aprì l'involucro, da cui presto si sprigionò odore d'aglio e pomodoro. "Puttanesca", pensò, infilzando con la forchetta le penne fredde un po' scotte ma ben speziate.
Mangiò tutto molto velocemente, e si rammaricò di avere dimenticato un libro da leggere finché la digestione non avesse lasciato spazio al sonno. Non avendo di meglio da fare, dunque, si stese.
Se ne stava lì, sul letto a pancia in sù, mentre cominciava a sentire il rumore di raffiche di vento e di onde che si infrangevano sulla chiglia della nave. "Ci mancava il mare mosso", borbottò... e in pochi minuti si pentì di aver ceduto all'abitudine dello spuntino notturno. Era inequivocabile: quel fastidio generato dal beccheggio della nave sembrava sempre più un senso di nausea irrefrenabile, e pensando le peggiori imprecazioni, Gianferdinando si alzò di scatto, corse a chiudersi nella striminzita toilette della cabina e cominciò a vomitare convulsamente nel water.
Una voce fastidiosa e infastidita giungeva dal letto: "Nando, cos'è questo rumore? Che stai facendo in bagno?"
Ma Gianferdinando non rispondeva: in quel bagno, ci stava rimettendo le penne.

(mi scuso con tutti, davvero)