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Autore Topic: Bruce Springsteen - Magic  (Letto 1184 volte)
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helveticus
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« il: 03 Marzo 2008, 14:37:58 »




Bruce Springsteen - Magic
(2007, Columbia Records)

Come già avevano preventivato Jon Landau e Brendan O'Brien in una loro intervista su Rolling Stone, il Boss è tornato in pompa magna con tanto di E Street Band, assente nei due precedenti lavori (il cupo storytelling di Devils & Dust e l'incursione in ambito folk delle Seeger sessions), e con le sonorità che ne hanno decretato il successo mondiale già tanti anni addietro. La ricetta è la solita, ma fortunatamente non stanca: le tre chitarre (Van Zandt, Lofgren, lo stesso Springsteen) fanno un buon lavoro, la sessione ritmica della premiata ditta Tallent & Weinberg è ancora una delle migliori sul mercato, Clarence Clemons e il suo sax fanno sempre la loro figura, anche se in questo caso non dominante come in altre occasioni, e anche Bittan e Federici hanno modo di brillare in un paio di tracce (rispettivamente, I'll work for your love e Magic). C'è da dire anche che, fortunatamente, Patti Scialfa non si fa sentire più di tanto; chi ha da intendere intenda.
Di positivo c'è da vedere come lo Zio Bruce, nonostante l'età non più verdissima, non abbia dimenticato cos'è il classic rock: a riprova di ciò il primo singolo estratto dall'album, Radio Nowhere, Grammy 2007 per miglior registrazione rock e cattiveria degna di Badlands e Adam raised a Cain (entrambe datate 1978), ma sono notevoli sotto questo punto di vista anche Gypsy biker e Last to die, discretamente politicizzate nei testi; dall'altro lato ci sono un paio di ballate ben assestate (Your own worst enemy, Devil's arcade, la title track e la bella e sincera Terry's song) e qualche esperimento un po' più easy listening (Livin' in the future, Girls in their summer clothes). Di negativo, però, si deve notare che le liriche non sono lontanamente paragonabili non dico alla perfezione di Born to run, ma neanche all'onesto ed icastico Devils & Dust; in alcuni punti i testi sembrano quasi scritti in fretta e furia. Passando ad un esame brano per brano:

1- Radio Nowhere: trascinante ed urlata, è una di quelle canzoni che, la prima volta che le ascolti, ti fanno pensare «Questa in concerto viene una FIGATA». Critica generale all'industria discografica e alle radio. Voto: 9.
Video: http://www.youtube.com/watch?v=XmLt6kcZ72Q

2- You'll be coming down: sonorità da anni '80, buona coralità ma niente di trascendentale. Bellina. Voto: 6,5.

3- Livin' in the future: mezza battuta a vuoto, il Boss dovrebbe ricordare che a fare certe canzoni esistono già le boyband; trascurabile. Voto: 5,5.

4- Your own worst enemy: prova orchestrale della band degna di nota così come la vocalità, ma il testo è francamente troppo criptico. Voto: 6,5.

5- Gypsy biker: un ragazzo torna dall'Iraq in una bara, e così famiglia e amici tentano di dargli un ultimo benvenuto decente. Bella la prestazione chitarristica, buon testo da storyteller, molta critica politica. Voto: 7,5.

6- Girls in their summer clothes: secondo singolo estratto dall'album, anche qui torna l'abilità narrativa di Bruce condita in salsa beach rock (per intendercì, un po' Pet sounds dei Beach Boys, un po' Reveal degli R.E.M.). Gradevolissima. Voto: 7.
Video: http://www.youtube.com/watch?v=N4h8tYMdhIk

7- I'll work for your love: necessaria una scissione. Musicalmente è forse la mia favorita, il pianoforte di Bittan crea insieme al violino della Tyrell un sottofondo straordinario e l'interpretazione vocale è profonda e sentita. Il problema è che il testo, come ho già notato con un amico springsteenofilo (sì, R.G., parlo di te), sembra un incrocio, non troppo ben riuscito a dir la verità, tra gli amori ancillari di Guido Gozzano e il Catechismo della Chiesa Cattolica. Se lo Zio ci avesse speso un po' più di tempo ne sarebbe uscito un mezzo capolavoro, ma dobbiamo accontentarci di questo. Che, francamente, non è niente male. Voto: 8-.

8- Magic: gran pezzo da atmosfera, con corredo di mandolino e testo sussurrato al microfono. Un prestigiatore fa pubblicità al suo spettacolo di magia, con un'implicita, ma neanche troppo velata, critica al sistema politico e ai discorsi da imbonitore da fiera che troppo spesso ci vengono propinati: del resto, this is what will be. Voto: 8.

9- Last to die: forse il pezzo più politicizzato di tutto l'album, con molto ritmo ma, purtroppo, non molta sostanza. Voto: 6+.

10- Long walk home: forse un po' ripetitiva nelle liriche, ma ottimamente arrangiata e di significato profondo. Se la track precedente era "di sinistra", questa è "di destra". Voto: 8-.
Video: http://www.youtube.com/watch?v=MwcgoUYpBF8

11- Devil's arcade: si parla dell'Iraq, la "tana del diavolo" del titolo, della vita dei soldati americani e del loro unico scopo e motivo per andare avanti, riuscire un giorno a tornare a casa. Voto: 8.

12- Terry's song (titolo non ufficiale): ghost track senza titolo, ballata dedicata all'amico di sempre Terry Magovern, scomparso poco prima dell'uscita dell'album. Bella "alla Winckelmann", nobile semplicità e quieta grandezza. Voto: 8.
« Ultima modifica: 08 Marzo 2008, 23:17:04 da helveticus » Loggato

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« Risposta #1 il: 06 Marzo 2008, 19:02:15 »

Gran bella recensione, David. Devo dire di trovarmi sempre in difficoltà a capire perchè definisci alcune canzoni di destra o di sinistra, come se alcuni valori fossero legati indissolubilmente all'una o all'altra parte.
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« Risposta #2 il: 06 Marzo 2008, 20:38:38 »

Gran bella recensione, David. Devo dire di trovarmi sempre in difficoltà a capire perchè definisci alcune canzoni di destra o di sinistra, come se alcuni valori fossero legati indissolubilmente all'una o all'altra parte.

Infatti il virgolettato è messo ad hoc. Siccome su un paio di recensioni ho letto che Last to die è una "canzone di sinistra", utilizzando gli stessi criteri esce fuori il resto. Non sono del tutto d'accordo con questa definizione, ma penso possa stare.
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