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Autore Topic: A. Camilleri - Il sonaglio  (Letto 623 volte)
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real_gone
"Il Cavaliere del Secchio"
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L'importante non è nascere, ma rinascere (Neruda)


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« il: 18 Maggio 2009, 16:59:15 »



Essendo questo con Il sonaglio il mio primo incontro con Camilleri, non corro il rischio di subire tentazioni o eccessi da fan: per cui vi dico schietto schietto quello che penso.
Il primo impatto per un neofita è con la lingua “inventata” da Camilleri, che copia per assonanza il siciliano, cosa che trovo davvero insopportabile: egli ne fa soprattutto la lingua del narratore, cosa che crea nel lettore moderno un po’ di noia e artificiosità, per dismetterla solo quando fa parlare personaggi dalla cultura non isolana. Ho pensato alle poesie di Giovanni Meli, che altro non sono che lingua poetica “tradotta” in siciliano: quindi, una scelta più formale che sostanziale. Ma questa è una mia opinione personale.
Riguardo al Camilleri narratore, qui il giudizio è diverso. Ho trovato questa sua storia davvero molto ben raccontata, soprattutto nella prima parte. È la storia d’amore di un giovane capraio nella Sicilia di inizio secolo, storia che è un po’ romanzo di formazione e un po’ fiaba fantastica: del resto anche Camilleri stesso lo dice espressamente nella postfazione al libro, inserendolo a conclusione di una “trilogia della trasformazione” che comprende Maruzza Musumeci e Il casellante, e che ha dei chiari echi delle Metamorfosi  di Ovidio, oltre che esplicite citazioni di altri autori classici come Lucrezio. Dopo una prima parte molto sobria in cui si descrive la vita dei luoghi in cui si sviluppa la storia, la parte centrale narra dell’amore tra il protagonista e una capra: credo che l’autore abbia cercato di costruirla partendo dagli “adagi” popolari che parlano spesso di episodi di zoofilia tra i pastori che hanno il compito, nella zone di montagna, di fare uscire a pascolare le bestie mancando spesso da casa per periodi molto lunghi.
Ma credo che l’obiettivo di Camilleri sia quello di far raggiungere a questo episodio un significato più “alto”, direi quasi più spirituale, descrivendo il rapporto tra il giovane e la sua capra come un amore tra due esseri umani, in tutto e per tutto, descrivendo una sintonia e una profondità tipica del rapporto tra due amanti, e connotando i comportamenti dell’animale in maniera assimilabile in tutto e per tutto a quelli di una donna. Cercando di tratteggiare un ideale di amore dalla valenza meta-umana. Ora, anche accordando alla storia l’indulgenza che si deve riconoscere alle storie fantastiche e fiabesche, non si può negare che essa si esponga a effetti stranianti e di involontaria comicità risultando, a tratti, ridicola. Cosa che in maniera maggiore si avverte nella terza parte del romanzo, la parte più “ovidiana”, quando l’autore crea appositamente dei parallelismi ancora più inverosimili tra il personaggio-capra e un nuovo personaggio, la baronessina, che dal canto suo ha uno sviluppo psicologico grossolano. Non vi svelo quali parallelismi per non sottrarvi il piacere di scoprirlo avventurandovi nella lettura.
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