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Autore Topic: Matrix - fratelli Kazziemazzi  (Letto 898 volte)
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QuintinoRocca
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« il: 20 Febbraio 2010, 02:23:33 »

Sottopongo a voi questa bellissima recensione di una mia amica, cari Gulliliberiani addivertiamoci! icon_ook

Commento ad un testo di Jean-Francois Lyotard in proposito alla questione
del sapere e dell'informatica. (Commenti a un'opera di Jean-Francois
Lyotard, interpretando Matrix)

Il fillm dei fratelli Kazziemazzi uscito nel 200estocazzo mostra numerosi
elementi di interpretazione in chiave epistemologica, sociologica, filosofica
in generale e sta minchia.
Dal punto di vista epistemologico, è chiaro il riferimento all'antica querelle
sulla realtà, se essa sia la vera realtà oppure soltanto un sogno. Queste sono
disquisizioni piuttosto specialistiche che a mio parere si infrangono tutte
e in maniera piuttosto pietosa sul punto focale: mi si dimostri che questa
realtà non è la vera realtà, e io avrò accettato l'affermazione che la nostra
è la realtà apparente. Che ci sia un'altra realtà aldilà di questa non è
novità: già ai tempi dell'antica Grecia c'era chi teneva a dimostrare che la
nostra è una realtà apparente, fatta di opinioni (doxa) dietro la quale si cela
il mondo della verità (aletheia). Platone identifica con l'iperuranio questo
luogo delle idee che si manifestano in forma imperfetta nel mondo fisico,
tangibile. Più recentemente se ne occupa Schopenhauer: il velo di Maya,
riprendendo l'antica sapienza induista (credo), è quella cortina che separa il
vero dall'apparente, cioè da ciò che appare, e che per questa sua proprietà
di essere apparente viene rivestito di chissà quale connotazione negativa.
Ma quello che più risulta stucchevole in un'operazione cinematografica
come è per l'appunto Matrix è il fatto che questa dicotomia dell'apparente
con il reale
Allora siamo soltanto in un gioco di scatole cinesi, cioè in un esercizio di
stile alla Escher, in cui cioè un mondo apparente nasconde l'esistenza di un
altro mondo apparente, ma più reale del precedente, e a questo punto, poiché
tutto è lecito (a meno di vigliaccamente postulare un limite superiore, ma
sarebbe come ipotizzare che i numeri interi sono finiti, davvero ridicolo...),
si può ipotizzare che anche questo mondo sia in realtà immagine di un altro
mondo più reale, e via dicendo all'infinito... Simili ozi vanitosi non giovano
a nessuno se non agli sfaccendati e ai cialtroni. Non c'è dunque (il che
non stupisce) nessuna degradazione di valore nel passaggio dal mondo delle
esigenze
Non solo, addirittura si ha forse il contrario: quello che vuole essere una
critica della società invece ne diventa il più entusiasta degli elogi, poiché
dopotutto, con tutti i suoi problemi e i suoi difetti, nessuno rinuncia a una
bella bistecca al sangue in favore di una sbobba senza sapore! Salvo quei
pochi insoddisfatti che sono i veri difensori dell'amore per la conoscenza,
del sapere per il sapere così come in un'altra epoca vigeva il mito dell'arte
per l'arte. Come in molta parte della cinematografia contemporanea,
la sociologia di Matrix si risolve piuttosto blandamente come sfondo assai
chiaroscurato di un'epica funzionale al prodotto di consumo: abbiamo tutti
gli ingredienti del bisteccone post-adolescenziale: c'è l'amore, c'è il senso
di predestinazione, l'aspettativa che qualcuno si accorga delle tue qualità
segretamente riposte, l'happpy-ending, la scontta del male. Ci si lamenta
del fatto che la serie di Matrix sia proseguita anziché arrestarsi al primo
episodio perchè in eetti il primo episodio già di per sé è autosufficiente (a
dierenza dei successivi due).
Resta la forma in un certo senso vuota dell'immagine del mondo apparente,
ma l'altro mondo non è il mondo delle idee vere, è solo il solito mondo
che noi già conosciamo, quello delle leggi fisiche e delle macchine, solo che
proiettato di qualche decennio, secolo, millennio, chissà, in avanti nel tempo.
Dunque, a differenza delle operazioni precedenti, non c'è nessuna gerarchia
fra i due mondi, e passare da un mondo all'altro diventa del tutto equivalente.
Siamo molto lontani dal mito della caverna di Platone. Il surfare da
una esistenza all'altra, inseguendo una doppia vita, è proprio ciò che accade
ai nostri protagonisti, che fanno su e giù da un mondo all'altro semplicemente
sollevando una cornetta di un telefono pubblico. Diversamente, tutto
ciò è soltanto quella metafisica che gli analitici hanno da tempo dimostrato
di disprezzare sinceramente.
Tutti i tabù precedenti vengono infranti: alla fine il nostro Neo è in
grado persino di volare, come il più classico dei superman, ma a differenza
di questi vola non per via di chissà quale sovrumana capacità, ma semplicemente
perché il mondo in cui gli è consentito di volare è un mondo
del tutto artificiale. Cosa c'è di più geek di un mondo che non esiste dove
chiunque può sentirsi un re? Ecco dunque la completa scomparsa dell'altro,
e l'aberrante fine di ogni definizione di uomo come animale sociale, e il
più disgustoso ripiegamento in se stessi. L'idolatria di se stessi si manifesta
nella realtà virtuale: la realtà virtuale è quel luogo dove tutto è possibile,
dove le regole sono funzionali al gioco che si vuole giocare ma se poi il gioco
non piace più allora si possono cambiare le regole. Il videogioco in questo
senso è più che funzionale al senso di onnipotenza. Come del resto è già
stato dimostrato in più occasioni in XXX (CITARE i RIFERIMENTI).
Loggato

ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un'anomalia
come una distrazione
come un dovere
..:: Dioscuro ::..
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« Risposta #1 il: 05 Marzo 2010, 18:37:06 »

E' una recensione certamente sentita, anche se un po' ingrata nei confronti di un film come Matrix che ha unito fantascienza e filosofia, condendo tutto con qualche ingrediente tipicamente americano (la predestinazione, il destino, tutto vero).

Credo che, se parliamo del film Matrix (e dunque del primo ed unico episodio che sia il caso di analizzare), abbiamo davanti qualcosa che mi intriga per ogni componente: la dimensione onirica,   "l'immagine residua di sè": il fatto che la realtà sia evidentemente la proiezione di qualche altra realtà non è forse evidente? Lo dice anche la nostra scienza.

Il fatto che il protagonista sia invincibile e persino volante solo nel mondo virtuale, è la nota più interessante della recensione.. ma seguendo la logica del film, non esistendo il reale ma soltanto la sua percezione, non è fuori luogo che le dimensioni siano sovrapponibili se non equivalenti. Solo per ilfatto che al cervello, la Natura, ha deciso che arrivassero impulsi dagli organi sensoriali, non cambia, ai fini della vita della mente e dell'uomo, cambiarne l'input (quello fantasioso di Matrix)
Loggato


"Quand'ero bambino giocavo sempre con la mia ombra;
mi piaceva muovermi al sole e vederla diventare piccola, grande;
poi però mi sono reso conto che non mi avrebbe mai abbandonato,
neanche al buio."
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